Negli States hanno eletto un Presidente negro (l'asprezza della parola, quel "gr" che vibra in petto supera la necessità del politicamente corretto);
qui in Italia il nostro Presidente del Consiglio pur di dire qualcosa che faccia chiacchierare lo definisce "abbronzato" (e riesce ancora una volta a far parlare di sé, poveri noi);
Cossiga espone i suoi metodi per arginare la Piazza, straparla, arrivando a teorizzare "il morto d'avvertimento", in ottimo stile anni '70 (quelli ben incendiati dalle strategie "di servizio", prima ancora che dai "facinorosi" e dai terroristi): se un qualsiasi Caruso dei vecchi tempi avesse fatto discorsi simili, tutti avrebbero gridato all'istigazione alla violenza, con tanto di denunce, interrogazioni parlamentari.
A Cossiga non dice niente nessuno perché è un vecchio rincoglionito, oppure perché il "vecchio manganello" fa sempre comodo. A Cossiga auguro lunga vita e che il suono della sua ambulanza non superi quello delle volanti della polizia...
L'Onda cresce: cosa sarà?
Sarà un '68? Mah stento a dare un valore politico a un movimento nato in questo 2008 che ha consegnato il Paese al softFascismo che lo governa. Vedremo.
Nella speranza che il movimento cresca e si solidifichi. Sì. Perché nonostante sia scettico, una sveglia al Paese è quello che ci vuole.
Anche senza far cadere il governo. Penso che l'espressione più matura di una democrazia sia il controllo cosciente dell'operato del governo da parte di parlamento, opposizione, società civile. Fussi bellu. E un movimento che cresce evita che ci si assopisca del tutto.
In tutto questo noi pubblichiamo il primo racconto della rubrica Racconti scritti sui polsini.
S'intitola Formiche e ce l'ha inviato Una Rossa Doppio Malto. Buona lettura
For mi che
A volte ci si sente soli anche se si è in compagnia.
Una cucina illuminata nel tardo pomeriggio di primavera.
La cucina pulita, l’odore del pranzo che ancora aleggia nella portato su dal caldo secco. L’odore degli strofinacci per asciugare il tavolo sporchi di caffè e sugo, un po’ umidi.
Odore di casa, di pranzi e cene in famiglia 4 persone ai quattro lati del tavolo quadrato, silenzi, parole di nulla. La televisione riempie gli spazi, i vuoti del non detto, di tutto quello che non è mai stato detto e forse non sarà detto mai; ché quando sei piccolo il peso di quell’incapacità a dire non la senti, poi improvvisamente si fa di piombo e allora grida e pianti e poi sparisce in un corpo da grandi, non ci fai più caso o parli di politica e di come va il mondo per darti l’impressione di dire, di parlare di te.
35 anni, cancro all’utero, chemioterapia, lontano da casa…
Esci da scuola e vedi quei bambini con le loro mamme che tornano a casa per il pranzo, ridono o litigano, si lamentano, vorresti farlo anche tu ridere, lamentarti e andare a casa a chiedere supplicante un attacco di “bacionite”. “Bacionite” l’hai inventata tu e non è semplici coccole, o bacetti o carezze. “Bacionite” è una tempesta scomposta ma non paurosa di coccole, baci e carezze sul letto e alla fine di tutto immancabilmente diventi una pagnotta di pane sotto le mani della mamma che ti inforna, ti affetta e ti mangia.
Da mesi torni a casa da scuola e sai che dovrai preparare il pranzo per te e tuo fratello ché papà è a lavoro e non può esimersi. Forse, però, troverai una sorpresa in frigo, sugo già pronto per la pasta o –pizz’ e foje’-, insomma se zia è passata da casa qualcosa da mangiare l’avrà sicuramente lasciato.
Papà adora le penne lisce con il sugo, compra solo e sempre quelle, ma il sugo non tiene bene sulla pasta liscia e poi sempre la stessa solfa!Insomma, se non passa zia o a babbo non viene in mente niente di nuovo si mangia penne lisce al pomodoro…credo di averne mangiate a sufficienza in quel periodo per tutta la vita, non le sopporto più le penne lisce al pomodoro. Mamma adesso è a Bologna a curarsi, la sentiamo per telefono, ha la voce stanca ma questo lo capisco solo dopo anni, ripensandoci. Mentre, ci parlavo era solo la voglia di stare con lei che sentivo, non capivo altro.
Una cucina bianca, con le tende tirate e il sole che filtra dalle finestre e non acceca. Una cucina, un tavolo quadrato 90x90 sul quale stai sdraiata la maggior parte del tuo tempo e man mano che cresci giochi a vedere quanto puoi farti piccola per poterci stare tutta intera ancora una volta in quel tavolo 90x90.
Giri la serratura della porta di casa, è finita la scuola e tu e tuo fratello siete tornati a casa a piedi come sempre.
La chiave della porta blindata fa uno scatto la porta si apre.
Si entra in casa sempre come se questa non potesse stupirci mai, la casa intendo: testa china, pensando a chissà cosa, tanto sai già che come sempre dovrai cucinare o scaldarti qualcosa di pronto, che poi ci sono i cartoni animati in televisione e i compiti da fare: tu andrai in camera tua, tuo fratello starà in cucina con la tv accesa ad un volume proibitivo che si sente fino in stanza. Forse è da questo allenamento ai volumi che hai imparato a studiare e lavorare in mezzo a gente che chiacchiera, ride, scherza, urla.
Hai appena varcato la soglia di casa, buttato il cappotto sul divano, sei entrata in cucina e non fai in tempo ad alzare lo sguardo che la vedi, seduta su una sedia al piano di lavoro della cucina, non al tavolo 90x90 (non hai mai capito perché), con in mano un cucchiaio di minestrina pieno che si sta portando alla bocca e un piatto fumante della stessa cosa, camicia da notte bianca. Fino a quel momento non aveva aperto bocca e tu non immaginavi, supponevi, sognavi, ma dopo mesi era lì che mangiava a casa,tornata da Bologna sempre più pallida e magra ma con un sorriso che andava da orecchio ad orecchio.
Non sai, ma credi di essere stata immobile per una frazione di secondo e tuo fratello con te. In quel secondo il cuore ti è arrivato alla gola e oltre non sai neanche cosa. Poi, di corsa ad abbracciarla senza pudore e coscienza del suo male. Lo dissimulava bene ma certe cose sono visibili sul migliore dei dissimulatori.
Come sei passata dall’immobilità alle sue braccia? Non te lo ricordi più. Oggi, 15 anni dopo, mentre ci ripensi ti sembra di averla sognata, immaginata quella cucina bianca, con le tende tirate e il sole che entra dai vetri ma non fa male agli occhi, l’odore di cucinato e tua madre quasi ridotta ad un fantasma pallido carne e ossa che mangia minestrina.
Ed erano mesi che non la vedevi ed erano mesi che sognavi un attacco di “bacionite” di quelli dei tempi migliori pane e infornata compresi.
Tre persone ad un tavolo 90x90 la televisione accesa e un silenzio oscenamente pesante. Odi i silenzi, mangi, cresci di volume, conosci il palinsesto a memoria sei diventata l’annunciatrice ufficiale della famiglia, non ti piace uscire e se esci guardi sempre per terra, ti senti in colpa quando ti diverti.
I giorni, i mesi e quindi per forza di cose gli anni sono passati in questa sequela di finta loquacità e malato amore per il cibo, ti si sono fermati addosso in uno strato di ciccia spesso e difficile da tirar via. La vita a tre con due uomini non è facile, zia cerca di civilizzare la nostra casa tra l’uso di mezzi delicati e urla e liti a non finire. La casa è un porcile, briciole dappertutto, vestiti sparsi dalla cucina al bagno, neanche “Tatiana covo di polvere” una donna delle pulizie russa abituata alle razioni di pane e alla vodka, fornitaci dalla parentela materna per lavarsi la coscienza, è riuscita a porre rimedio al moto centrifugo, nel senso di centrifuga di lavatrice fatto con il portello aperto, che impera nella casa, un po’ come il lato oscuro di Star wars. In mezzo a questo mare di brandelli di cibo non si può pensare che alcun essere vivente della specie insetto/bestiola schifosetta si introduca in casa credendo di trovarsi in paradiso o in un posto molto prossimo al paradiso. Si introducono alla spicciolata, forse in avan scoperta, quando ti accorgi di loro li schiacci schifata e, come niente fosse successo, non vedendo ad un palmo dal tuo naso, torni a mangiare il tuo mezzo chilo di gelato giornaliero acquistato con i soldi rubati dalle saccocce del tue babbo.
Un tardo pomeriggio estivo il sole filtra ancora dalle finestre della cucina bianca con le tende tirate, niente più della cucina illuminata dal sole ti da tranquillità.
Un respiro.
Un respiro lungo e profondo.
Un semplice respiro e quel qualcosa che ti si stava incagliando addosso come fanno le ancore in mare comincia a spostarsi.
Ricominci a respirare, ci vorrà del tempo ma almeno è un inizio. Per rinascere c’è chi ha i tempi delle farfalle, tu hai i tempi degli orsi che vanno in letargo o quelli biblici di gestazione degli elefanti.
Finalmente ricominci a vedere oltre, il dolore, le lacrime quella massa nera che sei diventata. Petrolio, vischioso che si lava come dalle foche.
Nuovo respiro e nuova vista, sei sempre in cucina, c’è sempre quel sole che oggi ti ha permesso non sai come di respirare nuovamente, ma c’è qualcosa che non va, delle piccole macchie nere: “Si muovono o è un’allucnazione?”
Una colonia di formiche, avamposto di una regina che vuole appropriarsi del tuo territorio, cerca di invadere la tua cucina passando dalla finestra. Anche le formiche escono dalle tane con il sole.
Colonia di formiche/essere umano 1 a 0 la prima battaglia l’hai vinta ma sono infime e astute le formiche, architettano un altro attacco, rispondi con una polverina bianca attorno a tutta la cucina rischiando l’intossicazione.
Bollettino dal fronte di guerra: le piccole nemiche sono decimate ma non sconfitte.
Attacco in grande stile dell’armata delle formiche, sono tutte sul tavolo. Una mattina ti svegli e le trovi lì che mangiano le briciole del tuo pane sul tuo adoratissimo tavolo 90x90…
Quell’estate hai lottato contro le formiche.
Una Rossa Doppio Malto