sabato, 10 gennaio 2009

Il 16 gennaio Turillu U Raccuiottu debutta nello spettacolo Se ci fosse luce - intervalli di un secolo, l'ultima produzione del Teatro dei Venti: il '900 italiano visto dagli occhi strabici e acuti di un gruppo di teatro di ricerca.
U Raccuiottu e i suoi compagni di merende novecentesche aspettano tutto il riveritissimo pubblico presso il Tendone da Circo a Modena.

L'appuntamento è dal 16 al 25 gennaio alle ore 21:00 presso la sede del Teatro dei Venti (via Bolzano, 31), per poi attraversare la strada ed entrare nel Circo del '900.

Accorrete numerosi!
Prenotate obbligatorimente!

E voi, da che '900 venite?

(U Racciottu è orgoglioso di aver lavorato per questi mesi con una siffatta marmaglia di novecentisti incalliti. A partire da Stefanote, Regista, Mario Barzaghi, capoComico. Antonio Santangelo, Batrice Pizzardo, Valentina Millaray Escorza Luongo, Oksana Casolari, Francesca Figini, Federico Faggioni, Valeria Mediani, Marco Marzaioli, Emanuele Cassin, Igino L. Caselgrandi, Pino Dieni, Alessio Bruno
Un grazie sentito al grandeClaudio)

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lunedì, 22 dicembre 2008
Il 22 dicembre del 1997 un misconosciuto e senzaseguito gruppo di ggiovani, veramente ggiovani (rispondenti ai nomi di Axl Cobain, Turi Waters e Demi Kuntz) componeva la canzone Rivoluzione Punk, manifesto della "rottura di balle" nei confronti del mondo circostante. Da quel giorno decine e decine di canzoni, molteplici influenze musicali frullate insieme, fino all'esaurimento del progetto per mancanza di ossigeno, voglia, capacità, soldi, e chi più ne ha più ne metta.
Il gruppo in questione si chiamava Favea Trance.
Poche decine di persone hanno ascoltato le canzoni di quegli anni.

Ma possiamo ben dire che c'è stata anche una stagione punk novarese.Ebbene si signore e signori.

Per anni questo gruppo di intellettuali e pirati, poeti e sautafossa, bricconi e sfigati, dadaisti e ignoranti, ha commemorato il 22 dicembre come un giorno di "lode al cambiamento", come una sorta di carnevale fuori tempo, di festa dell'anima.

In ricordo di quei giorni pubblichiamo "22 dicembre"la canzone che riassume quei mesi d'inverno del '97.


22 dicembre

L'aria era statica
a volte saltellavi isterica
l'aria cambia aria
spezza, passa, avanti va.
C'era tensione nelle tue parole
nei tuoi gesti meccanici
ti squassavi l'anima
livida e madida

uaaaaa 22 dicembre
uaaaaa 22 dicembre
uaaaaa 22 dicembre
uaaaaa 22 dicembre

Tutto cambia in un anno
anche il colore del cielo
e non puoi dirmi di certo
che questo non sia vero.
Un coltellaccio alla gola
rivoluzione punk
e se questo non basta
l'aria esploderà

uaaaa 22 dicembre
uaaaa 22 dicembre
uaaaa 22 dicembre
uaaaa 22 dicembre

Superfragilissimo spirito
nella vita moderna
cade ogni speranza
e mi fa male la panza.
La destrutturazione
porta un cambiamento:
il tuo cuore s'infrange,
non è più di cemento.

uaaaa 22 dicembre
uaaaa 22 dicembre
uaaaa 22 dicembre

uaaaa 20 2 dicembre
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categoria:callo osseo parole in più, nuvara
mercoledì, 19 novembre 2008
Da qualche giorno sono a Novara di Sicilia, il mio paese. Il paese dove il mio sangue si sente a casa.

Ora più che mai sento forte il contrasto tra centro e periferia,
e tra pubblico e privato.
Questa zona che sembra sempre arrivare vent'anni dopo su quasi tutto. Questa zona che fa scattare il mio senso d'appartenenza, che fa partire la mia indignazione, che spesso mi fa venire il sangue alla testa e forse annebbia il mio giudizio: così ho l'impressione che quello che si faccia sia un susseguirsi di cazzate, che le scelte politiche siano un impasto di tentativi goffi, di prove mosse da interesse personale e da confusione.
Qui, dove meno che in altri posti si partecipa alle scelte politiche, la politica è pervasiva più che in altri posti. Che paradosso!

Questo è il centro del mondo o ne è la periferia? Avverto questo dubbio, questa dicotomia.
Ho l'impressione che tutto venga mosso da leggi proprie, fuori dalla legalità, ma comunemente accettate.
Ma sento che tutto ciò mi appartenga più di qualsiasi vicenda "padana", o "toscana", al centro del mio mondo.

Qual è il mio mondo?
Ora più che mai è un mondo di mezzo, che non sta nè qui nè lì. Argh.

Questo mondo paesano fatto di scelte politiche inesistenti , o raffazzonate; fatto di vicinanza possibile, di perversioni nascoste; questo mondo di paese che ancora ricorda la città che fu, fa ancora parte di me. Nè voglio sputarlo via. Questo mondo paesano da cui ancora si deve EMIGRARE, come nel terzo mondo.
Ma ancora mi resta questo impasto di pubblico/privato che cerco di districare.
La coerenza porterebbe a restare un po' da parte.
ma come si può retare qui restando da parte?
C'è chi coerentemente ci riesce. Anche in questa Novara. Questo paese che impasta pubblico e privato.
Qui tutti "rubano" qualcosa al paese. Io cosa posso rubare?
Ho la sensazione che solo rubando si possa restare qui.
è così?
Rubando non solo in senso materiale; soprattutto in senso ideologico, esistenziale.
(scrivetemi se non lo capite!)

Politica: i cosidetti amministratori sembrano politici DC anni '60. Che regressione, Che perversione.
Anche chi un tempo prometteva rinnovamento, faville, ri-voluzioni ora...Cosa non si farebbe pur di non aver grane! Pur di non sentirsi sconfitti!
Invece se vuoi essere onesto, veramente, questo è un paese che ti fa sentire sconfitto.
La coerenza spinge verso la sconfitta. Qui più che altrove.
Perché qui la sconfitta è una brutta parente della solitudine. E nel lunghissimo inverno novarese la solitudine morde il collo come un vampiro.
La cosidetta opposizione si è sciolta come neve al sole, e al massimo s'incarna in qualche protesta sporadica, in persone singole che s'indignano. Persone singole, ecco. Ma il paese è altro, è una forza che ha troppo bisogno di sentirsi numerosa. E forse il problema sta proprio qui: la massa finisce per diventare un gregge, il singolo patisce troppo la solitudine. Due universi che non comunicano. E finisce lì.

Quanto vorrei che questo posto fosse il centro!
Rientro ora da una "mangiata" in campagna, con amici.
E ora vorrei che qui fosse il centro.

Ma il destino della mia gente è partire.
Chissà quante Novara ci sono, in giro per il mondo. Questo mi consola: è una visione, ma mi consola.
Se i novaresi di qui non riescono a contenere tutti i frutti della loro storia paesana, allora va bene così.
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categoria:nuvara
domenica, 09 novembre 2008

Negli States hanno eletto un Presidente negro (l'asprezza della parola, quel "gr" che vibra in petto supera la necessità del politicamente corretto);
qui in Italia il nostro Presidente del Consiglio pur di dire qualcosa che faccia chiacchierare lo definisce "abbronzato" (e riesce ancora una volta a far parlare di sé, poveri noi);
Cossiga espone i suoi metodi per arginare la Piazza, straparla, arrivando a teorizzare "il morto d'avvertimento", in ottimo stile anni '70 (quelli ben incendiati dalle strategie "di servizio", prima ancora che dai "facinorosi" e dai terroristi): se un qualsiasi Caruso dei vecchi tempi avesse fatto discorsi simili, tutti avrebbero gridato all'istigazione alla violenza, con tanto di denunce, interrogazioni parlamentari.
A Cossiga non dice niente nessuno perché è un vecchio rincoglionito, oppure perché il "vecchio manganello" fa sempre comodo. A Cossiga auguro lunga vita e che il suono della sua ambulanza non superi quello delle volanti della polizia...
L'Onda cresce: cosa sarà?
Sarà un '68? Mah stento a dare un valore politico a un movimento nato in questo 2008 che ha consegnato il Paese al softFascismo che lo governa. Vedremo.
Nella speranza che il movimento cresca e si solidifichi. Sì. Perché nonostante sia scettico, una sveglia al Paese è quello che ci vuole.
Anche senza far cadere il governo. Penso che l'espressione più matura di una democrazia sia il controllo cosciente dell'operato del governo da parte di parlamento, opposizione, società civile. Fussi bellu. E un movimento che cresce evita che ci si assopisca del tutto.

In tutto questo noi pubblichiamo il primo racconto della rubrica Racconti scritti sui polsini.
S'intitola Formiche e ce l'ha inviato Una Rossa Doppio Malto. Buona lettura


For mi che

A volte ci si sente soli anche se si è in compagnia.

Una cucina illuminata nel tardo pomeriggio di primavera.

La cucina pulita, l’odore del pranzo che ancora aleggia nella portato su dal caldo secco. L’odore degli strofinacci per asciugare il tavolo sporchi di caffè e sugo, un po’ umidi.
Odore di casa, di pranzi e cene in famiglia 4 persone ai quattro lati del tavolo quadrato, silenzi, parole di nulla. La televisione riempie gli spazi, i vuoti del non detto, di tutto quello che non è mai stato detto e forse non sarà detto mai; ché quando sei piccolo il peso di quell’incapacità a dire non la senti, poi improvvisamente si fa di piombo e allora grida e pianti e poi sparisce in un corpo da grandi, non ci fai più caso o parli di politica e di come va il mondo per darti l’impressione di dire, di parlare di te.

35 anni, cancro all’utero, chemioterapia, lontano da casa…

Esci da scuola e vedi quei bambini con le loro mamme che tornano a casa per il pranzo, ridono o litigano, si lamentano, vorresti farlo anche tu ridere, lamentarti e andare a casa a chiedere supplicante un attacco di “bacionite”.  “Bacionite” l’hai inventata tu e non è semplici coccole, o bacetti o carezze. “Bacionite” è una tempesta scomposta ma non paurosa di coccole, baci e carezze sul letto e alla fine di tutto immancabilmente diventi una pagnotta di pane sotto le mani della mamma che ti inforna, ti affetta e ti mangia.

Da mesi torni a casa da scuola e sai che dovrai preparare il pranzo per te e tuo fratello ché papà è a lavoro e non può esimersi. Forse, però, troverai una sorpresa in frigo, sugo già pronto per la pasta o –pizz’ e foje’-, insomma se zia è passata da casa qualcosa da mangiare l’avrà sicuramente lasciato.

Papà adora le penne lisce con il sugo, compra solo e sempre quelle, ma il sugo non tiene bene sulla pasta liscia e poi sempre la stessa solfa!Insomma, se non passa zia o a babbo non viene in mente niente di nuovo si mangia penne lisce al pomodoro…credo di averne mangiate a sufficienza in quel periodo per tutta la vita, non le sopporto più le penne lisce al pomodoro. Mamma adesso è a Bologna a curarsi, la sentiamo per telefono, ha la voce stanca ma questo lo capisco solo dopo anni, ripensandoci. Mentre, ci parlavo era solo la voglia di stare con lei che sentivo, non capivo altro.

Una cucina bianca, con le tende tirate e il sole che filtra dalle finestre e non acceca. Una cucina, un tavolo quadrato 90x90 sul quale stai sdraiata la maggior parte del tuo tempo e man mano che cresci giochi a vedere quanto puoi farti piccola per poterci stare tutta intera ancora una volta in quel tavolo 90x90.

Giri la serratura della porta di casa, è finita la scuola e tu e tuo fratello siete tornati a casa a piedi come sempre.

La chiave della porta blindata fa uno scatto la porta si apre.

Si entra in casa sempre come se questa non potesse stupirci mai, la casa intendo: testa china, pensando a chissà cosa, tanto sai già che come sempre dovrai cucinare o scaldarti qualcosa di pronto, che poi ci sono i cartoni animati in televisione e i compiti da fare: tu andrai in camera tua, tuo fratello starà in cucina con la tv accesa ad un volume proibitivo che si sente fino in stanza. Forse è da questo allenamento ai volumi che hai imparato a studiare e lavorare in mezzo a gente che chiacchiera, ride, scherza, urla.
Hai appena varcato la soglia di casa, buttato il cappotto sul divano, sei entrata in cucina e non fai in tempo ad alzare lo sguardo che la vedi, seduta su una sedia al piano di lavoro della cucina, non al tavolo 90x90 (non hai mai capito perché), con in mano un cucchiaio di minestrina pieno che si sta portando alla bocca e un piatto fumante della stessa cosa, camicia da notte bianca. Fino a quel momento non aveva aperto bocca e tu non immaginavi, supponevi, sognavi, ma dopo mesi era lì che mangiava a  casa,tornata da Bologna sempre più pallida e magra ma con un sorriso che andava da orecchio ad orecchio.
Non sai, ma credi di essere stata immobile per una frazione di secondo e tuo fratello con te. In quel secondo il cuore ti è arrivato alla gola e oltre non sai neanche cosa. Poi, di corsa ad abbracciarla senza pudore e coscienza del suo male. Lo dissimulava bene ma certe cose sono visibili sul migliore dei dissimulatori.
Come sei passata dall’immobilità alle sue braccia? Non te lo ricordi più. Oggi, 15 anni dopo, mentre ci ripensi ti sembra di averla sognata, immaginata quella cucina bianca, con le tende tirate e il sole che entra dai vetri ma non fa male agli occhi, l’odore di cucinato e tua madre quasi ridotta ad un fantasma pallido carne e ossa che mangia minestrina.
Ed erano mesi che non la vedevi ed erano mesi che sognavi un attacco di “bacionite” di quelli dei tempi migliori pane e infornata compresi.


Tre persone ad un tavolo 90x90 la televisione accesa e un silenzio oscenamente pesante. Odi i silenzi, mangi, cresci di volume, conosci il palinsesto a memoria sei diventata l’annunciatrice ufficiale della famiglia, non ti piace uscire e se esci guardi sempre per terra, ti senti in colpa quando ti diverti.
I giorni, i mesi e quindi per forza di cose gli anni sono passati in questa sequela di finta loquacità e malato amore per il cibo, ti si sono fermati addosso in uno strato di ciccia spesso e difficile da tirar via. La vita a tre con due uomini non è facile, zia cerca di civilizzare la nostra casa tra l’uso di mezzi delicati e urla e liti a non finire. La casa è un porcile, briciole dappertutto, vestiti sparsi dalla cucina al bagno, neanche “Tatiana covo di polvere” una donna delle pulizie russa abituata alle razioni di pane e alla vodka, fornitaci dalla parentela materna per lavarsi la coscienza, è riuscita a porre rimedio al moto centrifugo, nel senso di centrifuga di lavatrice fatto con il portello aperto, che impera nella casa, un po’ come il lato oscuro di Star wars. In mezzo a questo mare di brandelli di cibo non si può pensare che alcun essere vivente della specie insetto/bestiola schifosetta si introduca in casa credendo di trovarsi in paradiso o in un posto molto prossimo al paradiso. Si introducono alla spicciolata, forse in avan scoperta, quando ti accorgi di loro li schiacci schifata e, come niente fosse successo, non vedendo ad un palmo dal tuo naso, torni a mangiare il tuo mezzo chilo di gelato giornaliero acquistato con i soldi rubati dalle saccocce del tue babbo.
 
Un tardo pomeriggio estivo il sole filtra ancora dalle finestre della cucina bianca con le tende tirate, niente più della cucina illuminata dal sole ti da tranquillità.

Un respiro.

Un respiro lungo e profondo.
Un semplice respiro e quel qualcosa che ti si stava incagliando addosso come fanno le ancore in mare comincia a spostarsi.

Ricominci a respirare, ci vorrà del tempo ma almeno è un inizio. Per rinascere c’è chi ha i tempi delle farfalle, tu hai i tempi degli orsi che vanno in letargo o quelli biblici di gestazione degli elefanti.

Finalmente ricominci a vedere oltre, il dolore, le lacrime quella massa nera che sei diventata. Petrolio, vischioso che si lava come dalle foche.
Nuovo respiro e nuova vista, sei sempre in cucina, c’è sempre quel sole che oggi ti ha permesso non sai come di respirare nuovamente, ma c’è qualcosa che non va, delle piccole macchie nere: “Si muovono o è un’allucnazione?”
 
Una colonia di formiche, avamposto di una regina che vuole appropriarsi del tuo territorio, cerca di invadere la tua cucina passando dalla finestra. Anche le formiche escono dalle tane con il sole. 
Colonia di formiche/essere umano 1 a 0 la prima battaglia l’hai vinta ma sono infime e astute le formiche, architettano un altro attacco, rispondi con una polverina bianca attorno a tutta la cucina rischiando l’intossicazione.
Bollettino dal fronte di guerra: le piccole nemiche sono decimate ma non sconfitte.
Attacco in grande stile dell’armata delle formiche, sono tutte sul tavolo. Una mattina ti svegli e le trovi lì che mangiano le briciole del tuo pane sul tuo adoratissimo tavolo 90x90…
 
Quell’estate hai lottato contro le formiche.

Una Rossa Doppio Malto

postato da: raccuiottu alle ore 21:43 | Permalink | commenti
categoria:racconti scritti sui polsini
giovedì, 23 ottobre 2008

Con questo post-o U Raccuiottu presenta in un colpo solo 2 nuove rubriche:

Racconti scritti sui polsini (titolo tratto da una raccolta di Bulgakov) partirà nelle prossime settimane e raccoglierà racconti di ggiovani scrittori, scribacchini, scrivani, copisti, amanuensi, di amici e parenti du Raccuiottu.
La selezione dei racconti avverrà tramite bando pubblicato sui maggiori quotidiani nazionali, su riviste letterarie, sulla G.U.R.S. (Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana), e tramite il passa-parola.
Vi aspetto numerosissimi! (Gli elaborati ricevuti, pubblicati e non pubblicati, saranno sminuzzati, riciclati, liofilizzati, vaporizzati)

Poi sia, l'altra rubrica, viene inaugurata adesso, all'istante, subito subito.
Poesia futurista congiuntiva.


Ecco una poesia fresca fresca. Insomma poesi...come dice Erri De Luca, "righe che vanno troppo spesso a capo".

(senza titolo, per ora. Se lo trovo glielo metto)

Hai guardato nel fondo
del bicchiere hai guardato
per trovare il brillante
gettato al vento,
l'anellino, l'occhio di vetro?

Hai guardato nel fondo
del pomeriggio hai cercato
per trovare il momento
perduto per strada,
l'istante, la perla unica?

Ricompongo i cocci dell'anima mia,
il mosaico che sarò
tratto dai pezzi che fui:
ho bisogno di unico, necessità di molti.

Sono un unico senza coperchio,
sono un molti senza contenitore.

Hai tastato nel fondo
della tasca hai tastato
per trovare il biglietto
di questo viaggio,
il tagliando, la prenotazione?

Trovarai scuse
o ti consegnerai?

postato da: raccuiottu alle ore 22:20 | Permalink | commenti (1)
categoria:poi sia
lunedì, 22 settembre 2008

(riassunto delle puntate precedenti)
Nella solitudine affollata di un finto pub d’aeroporto U Raccuiottu, con una scqkhuisita Guinnes in mano, ripercorre mentalmente i piovosi giorni passati in Iscozia. Voglia d’estate, contatti di gruppo, senso del viaggio, fatica del lavoro: una riflessione a 360° sulla vita che quasi certamente non porterà a niente ma che gli dà la possibilità di farsi 4 risate sulle cose accadute nei giorni precedenti.
La sera prima di partire per la Scozia la voglia di trovarsi sotto una palmara con in mano un mohito, o sotto un pergolato a mangiare pesce arrostito era tanta e aveva quasi ubriacato U Raccuiottu. Preso dalla botta potente dell’estate era rincasato col suo amico A. S. per trovare un sonno liberatorio e il riposo per fare un bel viaggio.
Ora è in questo finto pub, come in un’ansa di un labirinto la cui uscita è ancora lontana ma in cui la permanenza è dolce. Si sente come Ulisse sull’isola di Nausicaa: come l’eroe greco ha narrato le sue gesta, ora lui nel teatro della sua mente, nel vuoto auditorium del suo cervello, per i suoi sparuti neuroni rivive i fatti semplici e i fatti mirabolanti di cui è stato protagonista.
Sente di aver goduto del passaggio in questi corridoi, in queste stanze cieche, in questi torti e ritorti, che lo stanno lentamente approssimando all’estate novarese. Sente di aver ascoltato il canto delle sirene, di aver acciecato Polifemi, di aver sfidato scilleccariddi, di aver visto i suoi compagni di viaggio trasformati in porci, di esser disceso agli inferi, di esser naufragato. Ora è qui a raccontarselo, a rintracciare tutti i cocci del mosaico prima che vadano persi nel passato.
L’ora dell’imbarco si avvicina: la paura di sbagliare qualcosa, di perdersi tra i maròsi, di non avere i documenti in regola, di smarrirsi tra i negozi, di restare bloccati all’aeroporto, di sbagliare volo, sembra serpeggiare tra i viaggiatori teatrali, che si assiepano, si concentrano, si contano, si tengono mano-manuzza, alternando spavalderia e timori.
Lui cerca di scorrere come foto le immagini dei giorni passati che porta in mente.
Lady Decibell con un vestito fucsia, mentre si fa fotografare nei super camerini di un negozio. Molte Lady in spedizione in un negozio di pizzi e vecchi merletti per acquistare costumi per uno spettacolo a venire. I poncho a 1,50 presi al volo per ripararsi dalla pioggia: colori segnaletici ed evidenti. Gli scorci della città memorizzati come “cartoline mentali”. I su e giù dal West Princes Street Garden a High Street. I momenti di pausa passati ad ascoltare l’organista della Parish Church oh Saint Qualcosa.
Seleziona questa immagine, e nella sua testa parte un video. Lui che scarica il furgone, coi suoi commilitoni, in una catena umana ascendete fino a quella specie di sacrestia. La parvenza di metodo dove un metodo ancora non c’è. E lo stupore per trovarsi in un luogo singolare, dove il Sacro e il Profano chiacchierano amabilmente davanti a una birra; dove Pino Dieni può suonare il pianoforte, imitato da un ragazzo che gioca nei vicoli di San Giorgio a Cremàno; dove un’organista snocciola pezzi di Bach ed esercizi vari, mentre gli attori si preparano per lo spettacolo; dove il prete ti dice che se devi andare in bagno devi attraversare la chiesa passando da dietro l’altare, anche  in costume.
Seleziona le immagini del “giorno libero”: pellegrinaggio per i negozi di Princes Street alla ricerca di regali per sorelle e cugina; ricerca di cibo tipico scozzese per le strade intorno al Castello; giri senza meta.
I gruppi si mischiano, si fondono, si scambiano, per affinità, per voglie condivise, per smarrimenti e ritrovamenti. U Raccuiottu si ritrova nel tardo pomeriggio con Un Angelo, Lady Lazarus, Lady Decibell e Solange Miglietta. Con loro esplora la “modalità senza meta”, restando sulla spianata dei Musei a canticchiare, fare foto, spararsi autoscatti di gruppo, ciondolare. La loro scelta è sentire il tempo che scorre, goderselo come un venticello, per una volta senza impegni pressanti e obblighi, dopo giorni scanditi: cercano di disintossicarsi dai programmi. Semplicemente.
Poi tra un battito di mani e una foto il gruppo ha iniziato a canticchiare un pezzo che sarebbe restato impresso nella storia della musica contemporanea

 

Questo il testo del jingle partorito dal Trio Le Scanno senza il loro Padre Fondatore

Noi non vogliamo decidere niente
Noi vogliamo soltanto bere delle birre
Solo che con 3 pounds è praticamente impossibile
Quindi decidi tu per noi e offrici una birra

(Maestro Pino, almeno un po’ ci approvi? Almeno un po’ sei fiero di noi? Almeno un po’ ci vuoi bene?)

U Raccuiottu in quest’aeroporto canticchia e beve la sua amica birra.
Piange.
Piange? Perché?
Nel suo bicchiere non c’è una Guinnes scurissima, bensì una chiara slavata che sa leggermente di latrina. Si guarda intorno, e tra le lacrime vede le luci sgranate del bar. E oltre le lacrime è chiaro che questo non è l’aeroporto di Edimbruco pieno di gente. Ma il minuscolo aeroporto di Montichiari-Brescia, talmente piccolo che gli addetti alla biglietteria fanno anche il check-in e anche i cappuccini. E uno di questi addetti – ora sta facendo le pulizie – gli dice “si può accomodare fuori, stiamo chiudendo”.
– Non posso restare a dormire qui? Non so dove andare. Riparto domattina col primo bus.
– No, mi dispiace. Se lei è un emerito “testa chi frisca” (testa che fischia) che non controlla i documenti d’identità in tempo per la partenza, non è colpa mia. Se arrivato ai controlli di Polizia è stato rimandato indietro, io non posso aiutarla. Se lei è un coglione e non è potuto partire per Edimbruco, l’azienda aeroportuale non se ne può fare carico. Se ora tutto il Teatro dei Venti la odia e sta pensando di rimpiazzarla con una sagoma di cartone o con una scimmia ammaestrata, io non posso consolarla. Dunque se ne vada e faccia ammenda delle sue mancanze, si cosparga il capo di cenere e torni in Sicilia in ginocchio sui ceci. Terùn.
“Noi non volgiamo decidere niente” canticchia U Raccuiottu, e piange.
Si guarda intorno e prova a vedere pub, negozi, stand, folla multietnica al posto di questi tristi negozietti striminziti e di questa cameriera pakistana che gli ha appena detto “terùn”. Niente, ora è difficile lavorare d’immaginazione. Non ce la fa più. È finita! La realtà è un mostro assurdo che non risparmia nessuno.
U Raccuiottu è lì che canta, piangendo, il suo jingle mancato e piange e beve e beve e piange per la sua testina di cavolo, per la sua pressappocaggine, per l’onta di esser stato lasciato in Italia e sostituito da un manichino mosso direttamente dal Commendatore, a mo’ di marionetta (o nella migliore delle ipotesi da un calabrese trapiantato a Modena).
Piange, canta, beve. E sente un ritmico tu-tum tu-tum, e una voce vicina vicina ma che sembra arrivare da un altro pianeta: “Dovrei passare, scusi…”
“Noi non vogliamo decidere niente” farfuglia U Raccuiottu, e si scosta senza nemmeno farci caso.
Il Tu-tum Tu-tum ritmico prende il sopravvento. U Raccuiottu si sveglia, è mezzo appoggiato, mezzo steso, mezzo in piedi, in una posizione da yoga avanzato, nel corridoio di un treno Milano-Reggio Calabria che straripa di gente e bagagli.
Che brutto sogno!
Sorride pensando a Edimburgo. Pensando all’articolo 31 comma 1 del decreto legislativo n° 112 del 25/06/2008, ripescato in modo rocambolesco tra chiacchiere e suppliche insieme a una Lady Lazarus impietrita. L’articolo che ha permesso la sua partenza per l’estero con la carta dindiridindà scaduta.
Adesso sulla sua carta d’identità c’è il numero di quell’articolo marchiato a fuoco.

U Raccuiottu si dice “La prossima volta controllerò per bene i documenti…ma il rischio arriverà da chissà dove…ah aha ah”. Ora spera di ritrovare un’altra posizione adatta per dormire, e magari sognare ancora i giorni a Edimbruco, prima dell’arrivo nella Novara di Agosto.

THE END


Personaggi                                                                    Interpreti
(non siamo riusciti ad ottenere l’autorizzazione a pubblicare i nomi degli interpreti, anzi in alcuni casi abbiamo ricevuto lettere di diffida da parte degli avvocati. Proviamo ad aggirare il veto usando pesseudoni, e descrizioni sintetiche)

- i personaggi non sono elencati in ordine alfabetico, né in ordine di apparizione, né di ordine di importanza, né in ordine. Tranne l’ultimo che…arriva alla fine -

Lady Lazarus attenzione, esce pazza!
Lady Delirio in incognito col suo impermeabile fucsia?
Lady Decibell Una Rossa doppio malto
Bella Wally Bella Wally
La sopravvissuta al viaggio in furgone (con un batterista vignolese e un regista di San Giorgio a Cremàno) Una di Lomazzo che si è persa a Modena
Lady dalle Rosse Dita  più paura o più piacere?
Mini Lady dicono sia la più bassa della spedizione, ma lei sostiene che no, che ce n’è una più bassa che…el personal, el profesional
Solange Miglietta Chicca
Lady Edward mani di forbice in incognito Peatrice Bizzardo
il Regista Un bambino che gioca nei vicoli
Commendatore A.S. (è inutile scrivere il nome, tanto nessuno ci crede che è lui a fare il Commendatore)
Igino L - l’artista un tempo conosciuto come MonoDredMagic Un batterista vignolese qualsiasi
Pino Dieni Pino Dieni (solo lui può interpretare se stesso.)*
Un servo di scena Drammaturgo
Un calabrese trapiantato a Modena Un modenese di Calabria
Un Angelo che scopre di essere una Fata e non supera lo shock pissi-cologico A A A A A A A A’ntonietta

*Abbiamo preferito ingaggiare lui, anche se costa un po’ di più, ma vuoi mettere avere l’originale.

Si ringrazia:
Il Teatro dei Venti
L’Organizzazione
L’Amministrazione
La Rendicontazione
La Fondazione
La Parish Church of Saint Qualcosa
Il Municipio di Edimbruco
L’ostello di concentramento
Gli autisti
La gente di Edimbruco
Le toilet del Fringe Office
Il proprietario del “Pub dell’ultima sera”
Gli Steward in maglietta arancione?
La diaria


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categoria:o so logu
giovedì, 18 settembre 2008

(Riassunto delle puntate precedenti)
U Raccuiottu all’aeroporto di Edimbruco si accorge di non avere più addosso il suo cellulare, così va a cercarlo per la brughiera scozzese fino all’ostello dove l’aveva dimenticato. Capisce che quella dimenticanza è un segno del destino, così tornato all’aeroporto, davanti a una Guinnes e alla sua schiuma scurissima comincia a riflettere sul senso del viaggio, della sosta, della sosta forzata, della voglia di rock’n roll, del perché spesso la gente non riesce a godere delle cose che fa, dell’utilità di Poulsen nel centrocampo della Juve, della bellezza di uno sguardo, del potere di un sorriso, del brivido di una carezza, della forza di attrazione che ci può essere tra due esseri animati etc: riuscirà il nostro a diventare saggio?
Lo scopriremo…

Amore a castello

U Raccuiottu appoggiato al bancone di questo mega-pub da aeroporto cerca di non perdersi tra i suoi pensieri. Certo è difficile, per lui che non li frequenta spesso, trovare la strada giusta da percorrere. Con una Guinnes in mano, un giornale che fa finta di leggere, nell’altra, lo zaino in spalla, U Raccuiottu si guarda intorno in questo non-luogo che è l’aeroporto. E più che un non-luogo gli sembra un iper-luogo (o superluogo, come scoprirà tornato in Italia leggendo qualche riga su questi concetti social-filosofici elaborati da Marc Augé), un posto dove vengono messi l’uno accanto all’altro “riassunti amplificati” dei luoghi fisici e relazionali che farebbero parte di un’intera città: ristoranti, negozi, via vai da centro commerciale, beauty center, pub scozzesi con tanto di arredamento etc.
Un posto dove s’incrociano giornalmente razze, etnie, religioni, umori, disposizioni d’animo, lingue, in uno scambio continuo anche se momentaneo. In uno spazio ristretto, una grande concentrazione di storie personali in transito.
E in 10 mq che concentrazione di persone può esserci? Qual è il numero massimo di corpi che possono essere ammucchiati in uno spazio? Qual è lo spazio più piccolo di cui un singolo corpo ha bisogno per non sentirsi oppresso dalla convivenza? Quante persone si possono stipare nella stanza di un ostello? (senza che vadano in cortocircuito).
Le risposte possono essere le più diverse. Dipende dai parametri dell’esperimento.
U Raccuiottu e i suoi compagni di viaggio l’esperimento l’hanno fatto: in 14 (in una stanza concepita per 16 persone) tra 8 letti a castello posizionati a “un braccio” di distanza l’uno dall’altro.
Al momento dell’ingresso in camera l’immagine di quegli 8 letti messi “per lungo e per stretto”, ad occupare tutte le superfici calpestabili della stanzetta, aveva ricordato tutto il repertorio fotografico sui campi di concentramento. Ma un vento di allegria aveva spazzato quei pensieri neri: come si può stare qui il 14 per 6 giorni senza impazzire o, come minimo, avere reazioni isteriche?
Questa fu la domanda tacita che tutti si fecero la sera del 6 agosto, all’arrivo in ostello.
La risposta: amandosi!
Si, perché i nostri viaggiatori teatranti hanno sperimentato tutte le possibili variazioni e scambi e intrecci e incastri e combinazioni e divisioni in coppie e gruppi e singoli (soprattutto) che la geometria dell’amore contempla. Sono stati 6 giorni di vera acrobazia psico-fisica!
Ah Ah
Ci hai creduto/ faccia di velluto/ passa l’elefante/ ti abbassa le mutande!
E’ una burla!
E adesso al momento di lasciare Edimbruco e le sue piogge U Raccuiottu – sempre con questa Guinnes infinita in mano – si chiede: com’è stato possibile in 10 mq, 14 persone per 6 giorni (10mq x 14p x 6gg) non vedere l’ombra di una minna?
La risposta: è scientificamente impossibile!
Ma questo è successo.
Dunque l’esperimento (10mq x 14p x 6gg = 0) ha avuto questo esito: la stanza da 14 posti letto è diventata ‘na specie di convento.
(Anche se, come in ogni convento…Ma questa è un’altra storia che non può e non deve essere raccontata in queste righe)
L’ostello dei nostri teatranti si trovava in Haymarket Terrace, nei pressi della omonima stazione, a un tiro di schioppo da un locale che i nostri viaggiatori teatrali hanno frequentato costantemente in tutte le loro sere di permanenza edimbugghese: un pub-mutante, sito in una tipica costruzione scozzese di pietra, col tipico tetto, e il tipico tutto, solo che al primo piano chissà quale pazzo aveva piazzato un tipico ristorante italiano, che di italiano ha il nome (La Stazione), la bandiera e chissà quant’altro. U Raccuiottu s’è tenuto a debita distanza dalla parte tipicamente italiana, ma ha frequentato la parte tipicamente scozzese; in quel pub ha anche avuto la fortuna di vedere alcune scene memorabili di mogli autoctone che venivano a prendere i mariti beoni come fossero bambini all’asilo!
La Scozia è anche questa. Un po’ Trainspotting, un po’ gonnellino, un po’ entrambi (A parte la Royal Bank of Scotland). Un po’ pioggia, caduta con poche pause.
In una di queste pause i Venti hanno soffiato via le nuvole e hanno fatto la loro prima Parata scozzese. Era l’8 agosto e, mentre nel mediterraneo milioni di bagnanti si tuffavano in calde acque azzurre acque chiare, 15 attori/tecnici/organizzatori cercavano di esportare il loro prodotto sulla piazza del Fringe Festival sfidando il meteo avverso. Il meteo constatando la loro operosità, e dicendo “vediamo dove pensano di arrivare”, si placò.
Scaricare il materiale dello spettacolo, fare una prova tecnica, cercare di fare evaporare tutta l’umidità assorbita in 2 giorni di Scozia: il gruppo si rimette in moto e va dritto verso la sua prima replica.
8 agosto 2008: con un miscuglio anglo-sicul-italiano il Teatro dei Venti ha sfondato teatralmente il Vallo di Adriano. MalaParata ha riportato nelle terre di Caledonia gli antichi fasti dell’Impero.
Lo spettacolo è andato in scena con alcune parti recitate in inglese, per aiutare la comprensione dei non capenti. Finita la replica molti siculi, napoli e italiani in genere si sono accostati agli attori, per salutare, per complimentarsi, per chiedere informazioni: è vero sono ovunque…oh les italiens.
Finito lo spettacolo, come ogni sera i nostri si sono recati armi e bagagli e odori da Parata – ma belli come il sole – al ristorante “Indigo Yard”, dall’atmosfera cool molto lounge fashion a tratti glamour.
Si mangiava discretamente – un po’ pesante – luce bassa che non si vedeva nel piatto, musica di mmerda (e il bello è che pagavano pure un dj per metterla!), cameriere di non infima fattura (alcune erano anche rifinite a mano, ricavate in un unico pezzo): ogni sera in quel posto i nostri, con le loro tenute da lavoro, coi loro “ki uei”(cosa vuoi in barese), con i loro zaini e le loro buste, spiccavano per la loro differenza rispetto all’arredamento e agli altri avventori, tutti infighettati. Ma ogni sera lì trovavano il loro riposo, una quiete contenta, spesso un po’ umidiccia ma contenta, senza dubbio, a tratti placida. Quiete chiacchiere svagate, dopo giornate di lavoro a spesso concitato, dopo la stressante “navigazione a vista”in un contesto in cui tutto poteva cambiare velocemente.
Ogni sera dopo l’Indigo Yard, alla spicciolata, il gruppo tornava all’ostello, in quell’affollata tana che alla fine di giornate tanto estenuati sembrava un castello. Letto.
Qualcuno tornava immediatamente dentro, a godersi la stanza vuota, a respirare quel denso profumo di umido e Parata e detergenti che aveva ormai creato un microclima. Qualcuno indugiava lentamente nel tragitto di ritorno, diventato ormai familiare. Qualcuno cercava di tirare fino a tardi, e fare il ggiovane, e quando non riusciva a trovare niente sulla strada del ritorno, sapeva che poteva contare sul pub di fronte all’ostello, come ultimo baluardo di salvezza nella notte edimbugghese, refugium peccatorum, ultima tappa nel viaggio della giornata, per fermarsi e guardare con calma a quanto fatto, a quanto vissuto.
Tra le panche e il bancone di quel pub-mutante e gli stretti letti dell’ostello, U Raccuiottu ha iniziato a pensare al suo prossimo film: Amore a castello.
Ancora non ha ben chiaro il genere: potrebbe essere un film sull’amore praticato in una selva di letti a castello, oppure una storia d’amore ambientata in un antico maniero scozzese, oppure una storia d’amore praticato in un antico castello popolato da una selva di letti a castello…o chissà. Comunque, tutti i partecipanti al viaggio a Edimbruco hanno una parte assicurata in questo “kolossal a budget limitato” che già la critica osanna come il più grande successo dai tempi di “Ben dHur”. Fatevi avanti!
(continua)

 

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lunedì, 08 settembre 2008

(riassunto della puntata precedente)
Nella puntata precedente abbiamo lasciato U Raccuiottu perso in un “fresh break” modenese, la sera prima della partenza per la Scozia. Nel corso della puntata aveva scordato il cellulare in ostello, e dall’aeroporto era dovuto tornare indietro per recuperarlo. In seguito è stato narrato degli effetti benefici che i viaggi (e gli ‘mprevisti) hanno sul nostro.

Pioggia di agosto

Quella notte,costeggiando il centro di  Modena col suo amico e collega A.S., U Raccuiottu sentì dentro di sé l’estate fluire e gorgogliare. Il giorno di svago e libertà assoluti gli aveva fatto prendere coscienza che per il resto del mondo esisteva una cosa chiamata “vacanza”.
- guarda, questa gente è in vacanza – disse U Raccuiottu attraversando Largo Garibaldi, davanti al Teatro Storchi.
- Vacanza? Cosa essere vacanza? – rispose A. S.
Così capirono di avere un po’ di problemi di inserimento nella realtà sociale, nonché una gran voglia di non passare agosto in Pianurapatana. Però questa consapevolezza diede loro uno slancio quasi parossistico: andiamo a sbancare Edimburgo e poi disperdiamoci nelle più svariate località di villeggiatura!
- Ok, ci sto – rispose A. S. con uno sguardo fiammeggiante in cui balenò per un istante una scintilla del Commendatore di MalaParata.
Ma all’aeroporto di Edimbruco la sensazione di aver compiuto un’impresa forse non è condivisa da tutti i compagni di viaggio del Raccuiottu. Lui guarda gli occhi dei suoi commilitoni e intravede ombre che non hanno l’eco dell’epica. Perché?
Bevendo in solitudine la sua birra di congedo dalla città, dalla Scozia, dal lavoro, ripensa ai giorni appena trascorsi, cerca di ascoltare ancora un po’ di accento del luogo, e mentre attraversa l’aeroporto per recarsi all’imbarco sorride per i mille modi diversi con cui gente di tutto il mondo sa appropriarsi della lingua inglese, storpiandola, modellandola, in definitiva arricchendola.
E ripensa alle pochissime parole che lui ha pronunciato in inglese in questi giorni di permanenza quassù. Un po’ per timidezza, un po’ per paura di sbagliare aveva esercitato pochissimo il suo inglese. Free show! Anzi Friisciò era stato il leitmotiv dei giorni precedenti, la frase più pronunciata. “Spettacolo gratuito” andava a dire in giro insieme ai suoi colleghi. E ripensa ai chilometri fatti in su e in giù dalla base di cambio, presso la Parish Church of Saint Qualcosa nei West Princes Street Gardens, fino a High Street, il corso dove si svolgono gli spot per richiamare pubblico e passanti agli spettacoli. E su e giù e giù e su e su e giù. Monta smonta smonta e monta e monta e smonta. Ripensa ai chilometri fatti col carro di MalaParata (in scozzese stretto, MolaParutha) – U Raccuiottu nei panni dell’Eretico- e mentre beve la sua ultima Guinnes scozzese sente che ogni metro fatto con quel carro è santo e benedetto. Guarda fuori. Piove, come quasi sempre in questi giorni edimbugghesi.
Il secondo giorno della Parata, il 9 agosto, sui West Princes etc Gardens s’era abbattuto una specie di diluvio universale, ma il pubblico era rimasto imperterrito a guardare quei bellissimi folli inzupparsi e godere sempre di più. Ora U Raccuiottu ripercorre col pensiero gli sguardi allucinati e contenti di quegli spettatori inzuppati, di quelli sotto striminziti ombrelli, sotto impermiabili di colori improbabili, sotto tele cerate. Quegli sguardi lo accompagneranno ancora.
Quel giorno tornati alla base di cambio, dopo lo spettacolo, gli attori erano attraversati da sensazioni contrastanti: abbiamo portato a compimento un’impresa, o abbiamo semplicemente mandato alla malora scenografia, costumi, oggettistica varia? (Tranquilli! Il 31 agosto è stata fatta un’altra Parata: la macchina gira ancora).
Il 9 agosto era stata una giornata singolare. La formicosa operosità del Teatro dei Venti s’era bloccata innanzi alla pioggia. Una pioggia continua, con dei picchi, delle scariche, ma per il resto sostanzialmente lenta, evanescente, “a ‘nzuppa viddranu”, “chilla chi ‘ntrasi puru ‘nto cornu du boi” direbbe Mariadele A Margaitta (nonna du Raccuiottu): una semplice pioggia, ma continua e ostinata, rischiava di bloccare il lavoro di 15 persone che avevano fatto 2000 e passa km!
Il regista del Teatro dei Venti aveva dato qualche ora di libera uscita, così U Raccuiottu ne aveva approfittato per continuare lo studio sul campo che stava svolgendo col professor Igino L (l’artista un tempo noto come MonoDredMagic): esplorare tutti i pub di Edimbruco, testandone la birra, l’ospitalità, la sporcizia dei bagni, il vocìo etc. Al duo di studiosi s’era anche unita una rossa non-scozzese originaria del chietino di cui ora non ricordo il nome, ma che potrebbe chiamarsi Anto o qualcosa del genere (dato che circa ¼ del Teatro dei Venti ha nomi che iniziano così). I 3 hanno esplorato i recessi dell’animo umano, hanno litigato (come sempre quando si esplorano i recessi dell’animo umano), hanno fatto pace, hanno mangiato, il tutto sempre senza lasciare i loro sgabelli al bancone del pub e le loro Miller bionde. Il tutto a meno di un centinaio di metri dalla base di cambio della Parata: questo per ribadire che non sono le distanze a fare il viaggio, ma è la disposizione d’animo del viaggiatore.
Alle 15:00 in punto i 3 si sono riuniti alla truppa. MalaParata doveva andare in scena! Dopo uno sguardo al cielo cieco e lacrimoso il gruppo s’inizia a preparare.
U Raccuiottu munta u carru, i vizi si cominciano a viziare, il regista comincia a coordinare e/o ad agitarsi (ma nella norma). Tutto pronto.
Lo spettacolo può iniziare, sfilata silenziosa, sfilata tambureggiante, stop, trumba, musica viziata: tutta la sequela di azioni che in successione danno come risultato MalaParata. Solo che poco prima che U Raccuiottu inizi il suo Monocolo (“Voi che presto vedrete il mio respiro andare in fumo…io non sono un ribelle…sette disgraziatuzze siete...io sono ignorante etc), mentre Ira (il vizio non il movimento irlandese) stava “incazzandosi”, qualche gocciolina simpatica cominciò a piovere giù. E piover giù e piover giù. U Raccuiottu/Eretico da sotto il suo cappuccio però intuisce che il pubblico intorno non accenna a scappar via…
(Il momento in cui Ira cade, quella frazione che passa tra l’ultimo passo sui trampoli e l’arrivo al suolo, artigli a terra, è come se il mondo si fermi).
Lo spettacolo è filato fino alla fine, col diluvio che non riusciva a spegnere il fuoco dei vizi, fino all’arrivo della Fata/Angelo che salva l’Eretico.

Mentre finisce la sua Guinnes, aspettando di prendere la rincorsa che lo porterà a Nuvara, U Raccuiottu ripensa alla pioggia trionfante di 2 giorni prima, e quella che vede adesso fuori dalle vetrate è come il saluto allegro di Edimbruco.
(continua)

postato da: raccuiottu alle ore 11:32 | Permalink | commenti
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mercoledì, 03 settembre 2008

Prima che cada in prescrizione scrivo un resoconto del viaggio edimbugghese!

Preparate la carta d’identità (anche se scaduta), la patente o un buon documento d’identità (non occorrono le impronte digitali) e mettetevi in fila per l’imbarco. Riponete gli oggetti personali nella vaschetta data dal personale, togliete gli oggetti metallici, non portate liquidi, pistole, coltelli, taglierini e quant’altro possa essere usato per un dirottamento o per un attentato kamikaze.
Allacciate le cinture, alzate gli schienali, rilassatevi. Buon viaggio.
(i sacchetti per il vomito sono davanti a voi)

E’ un viaggio che inizia all’aeroporto di Edimbruco l’11 agosto intorno alle ore 11:00. Mentre aspetta di imbarcarsi per tornare in Italy U Raccuiottu si rende conto di non avere con sé il cellulare.
Tasta bene nelle tasche, controlla nello zaino, ma già sa, già visualizza l’immagine precisa di dove l’ha lasciato. E lo vede in ostello, attaccato a una presa – da 240 volt, badate bene se andate lassù in Grande Bretagna di portare con voi un riduttore.
U Raccuiottu non si perde d’animo, dopo aver scartato l’idea di lasciare il cell in ostello e di farselo spedire in seguito, va diretto a prendere il Bus-Navetta che fa la spola tra Edimbruco e l’aeroporto. Brivido blu. E se perde l’aereo? E se si smarrisce nella Highland? Oddio! Oddio
Comunque, cari viaggiatori, l’aerostazione della capitale scozzese è davvero vicina alla città: circa un quarto d’ora di autobus.
Così con un bell’avanti-indietro il nostro si gusta una parte della periferia cittadina, fatta di case basse e ben curate, pub per lavoratori, si gode i primi lembi di campagna scozzese, si gode la pioggia, e un saluto prolungato alla città.
Va e torna. E riesce anche a farsi una Guinnes all’aeroporto prima dell’imbarco.
Brivido blu. O arancione, o fucsia.
Il brivido dell’imprevisto e il brivido del viaggio, di un piccolo viaggio nel viaggio, che è viaggio al quadrato, come il ricordo di un pensiero (o il pensiero di un  ricordo): un labirinto in cui è bello perdersi per tornare indietro.

U Raccuiottu quando viaggia produce degli ormoni, degli enzimi, che lo fanno stare bene. Come se una parte del suo cervello mandasse ordini a qualche ghiandola particolare non ben identificata (ma forse solo da me che sono ignorante) che iniziasse a inondare il corpo di benessere sotto forma di biochimica.
Anche la sola idea del viaggiare lo inebria.

Anche la sera prima della partenza per la Scozia era inebriato. In una Modena piattamente estiva - per via della pianura - col suo compare A.S. (non abbiamo l'autorizzazione per pubblicare il suo nome) di anni 25 e 2 figure (questa è per i giocatori di tressette) transitava per quelle piatte strade, lungo viali addobbati come lidi di località di mare: lì ha capito che mentre Modena mimava l'estate, per lui era arrivato il momento di farla davvero.

Quella notte ha iniziato...
(continua)


Questo non è un racconto "teatrale", anche se con Teatro dei Venti U Raccuiottu è partito per "La Battaglia di Edimburgo". Questo è un racconto multisfaccettato su un viaggio all'inizio dell'estate.
Le sfaccettature "teatrali" del viaggio - ma in fondo, cosa non è teatrale? - saranno affrontate prossimamente su www.spartiventu.splinder.com
A poi.

postato da: raccuiottu alle ore 13:39 | Permalink | commenti
categoria:o so logu
martedì, 26 agosto 2008

U Raccuiottu sta lavorando al suo primo album solista, con un lavoro a metà tra Frank Zappa, Lou Reed, David Bowie, il Dramma satiresco la Favola Dadaista, gli scritti apocrifi di Italo Calvino etc.

Album in che senso? Nel senso di una raccolta di canzoni tendenzialmente Rock.

Un debutto per niente annunciato, ma che in modo sotterraneo serpeggiava ormai da tempo!
Poi la breve estate novarese, il fulmineo agosto di quest'anno ha fatto straripare quel mucchio di ispirazioni, visioni, tematiche, spunti che da tempo giravano tra testa e cuore.
La poetica del Parametro è il fulcro dell'album, che infatti si intitola proprio "Il Parametro".
Il Parametro è una persona fisica, in carne e ossa, un personaggio, con un codice fiscale, un vissuto, due braccia, due gambe, una testa, un pizzetto...
Però si trasfigura in qualcosa di più, in un concetto. Diventa il Parametro, non un semplice termine di paragone, ma lo spunto per ripensare la propria vita, il momento d'incontro tra il passato e il futuro, e chi più ne ha più ne metta.
Ora però basta commenti inutili.

Ora si cercano i musicisti per partorire quanto nella testa du Raccuiottu suona già.
Abbiamo contattato i migliori talenti della scena Vignolese-Reggitana, musicisti ecclettici.
Aspettiamo che l'eco dei pensieri du Raccuiottu produca una musica colta al volo.

Poi smanettando su google, per vedere cosa ci fosse intorno al concetto di Parametro, ci siamo imbattuti in questo sito...http://www.parametro.it/249.htm 
Una rivista di Architettura che s'intitola "Parametro" e che in un suo numero affronta le tematiche dello spazio teatrale.

è un caso?
Ma il caso non esiste!!!
Ok, il caso non esiste, però mi affascina pensare che se mettiamo una scimmia davanti a una macchina da scrivere c'è comunque una probabilità che picchiando sui testi scriva la Divina Commedia...

In ogni caso il Parametro è in giro, trovatelo voi prima che vi scovi lui!


alla prossima puntata

 

postato da: raccuiottu alle ore 11:05 | Permalink | commenti (6)
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